13/09/2024
Gianni è mancato al affetto di tutti i suoi cari il 15 agosto 2018. In quel momento io ero in un angolo remoto del Kazakistan, in viaggio verso la Mongolia. Non ho potuto essere presente il giorno delle sue esequie, ero passato a trovarlo due giorni prima di partire.
Non ho mai smesso di pensare a lui. Mi mancano le sue telefonate, la sua allegria contagiosa.
Domani, 14 settembre 2024, Gianni avrebbe compiuto 75 anni.
Nel agosto del 2015 partecipò al viaggio che tutti dovrebbero fare almeno una volta nella vita. Se non altro per capire meglio la potenza del paese che presto sarà dominante nel mondo: la traversata di tutta la Cina. Aveva una piccola cardiopatia ed il suo medico glielo aveva sconsigliato vivamente. Nel tour erano previsti alcuni passi oltre 4.000 metri. Ma lui non lo ascoltò e partecipò ugualmente, con la moglie Mirca. ONE LIFE, LIVE IT.
Questa foto gliela scattai il giorno 17 agosto, al monastero di Labrang. Ritrae meglio di tante altre la sua contagiosa gioia di vivere. Un tempo la pensavo diversamente, poi dopo aver visto alcuni amici felicissimi di vivere ammalarsi comunque, ho concluso che quella non basta a tenere lontano certe malattie. Anche se continuo a pensare che un po’ aiuti.
Durante il viaggio ci fu tra me e lui uno screzio importante. Forse il maggiore tra noi in tanti anni di conoscenza. Lo risolsi con una idea originale che doveva essere alla fine solo uno scherzo. Per quello che accadde dopo si stava però per trasformare in una cosa seria, mettendolo in grandi difficoltà
A questo link si può vedere il filmato di quel momento
https://youtu.be/mFReQg77-UM?t=323
Questo il racconto di quelle ore che ho lasciato ne “ I MIEI DIARI CON LA MOTOCICLETTA”, il mio primo libro.
......
Da quando eravamo scesi da Tashkourgan, nel Pamir cinese, la mia moto faceva un rumore molto strano. Un forte battito che si manifestava nel motore in accelerazione tra 2.000 e 3.000 giri. Solo arrivato a casa, e per altri motivi, scoprirò di cosa si trattava (era fusa una bronzina di banco). Mentre ero lì avevo pensato ad un problema di carburante povero di ottani con conseguente battito in testa. Quella sera arrivati a Minfeng non andai quindi a cenare con il gruppo, ma rimasi a lavorare sulla moto per modificare il punto di anticipo, sperando che il problema cessasse. Gigi mi aveva portato in camera qualcosa da mettere nello stomaco, rientrando dal ristorante la sera tardi.
La mattina quando scesi nell’atrio vidi Gianni seduto vicino alla porta dell’hotel, già tutto pronto per partire. Non c’era ancora nessun’altro motociclista in giro ed era veramente troppo presto per partire. Gianni era arrabbiatissimo con me. «Ma cosa c***o hai fatto ieri sera che ci hai abbandonato? E’ un’ora che io sono qui pronto per partire, sai che non voglio mai essere l’ultimo. Nessuno ieri ci ha detto a che ora saremmo partiti oggi. Non puoi fare così!».
Io avevo dormito poco ed ero preoccupato per la moto, e in ogni caso non mi sentivo in colpa. «Ma che c***o vuoi da me? Siete venti adulti tutti più vecchi di me e non siete stati capaci da soli di mettervi d’accordo sull’orario di partenza di stamattina? Ho dei problemi alla moto, non sono la vostra balia. Ma va affanculo».
«Affanculo ci vai tu!».
Gianni è un amico vero e di vecchia data. Lo avevo conosciuto nel primo viaggio in Russia nel 2003. Poi aveva partecipato anche alla prima edizione avventurosa del viaggio a Samarcanda nel 2006 ed era venuto con me anche in America sulla Route66 nel 2008. Quando eravamo stati a Las Vegas si era anche risposato con Mirca, facendoci piangere tutti dalla commozione. L’ultimo viaggio che avevamo fatto insieme era stato appena l’anno prima in Turchia. Da quando lo conoscevo, quindici anni, tutte le volte che mi trovavo dalle sue parti vicino a Venezia sapevo di poter contare su una camera dove dormire ed una sontuosa cena a base di pesce cucinato in casa sua, dove, tra l’altro, condivide con me la stessa passione per gli animali da cortile. Nelle due ore successive a quel litigio quello che era successo mi dispiaceva moltissimo. Pensavo ad un modo per rimediare all’accaduto prima possibile, ma non mi veniva in mente niente.
Dovevamo fare tutti il pieno alle moto per attraversare in sicurezza il deserto, cinquecento chilometri di strada nel nulla. Il benzinaio non voleva farci entrare, nonostante avessimo la dichiarazione predisposta dalla nostra agenzia cinese. Per non chiare ragioni di sicurezza in quella regione remota della Cina (dove da sempre le istanze separatiste covano sotto la cenere) era vietato alle moto entrare nell’area del distributore. Ti davano la benzina dentro a specie di caraffe dalla capienza di tre litri e la portavi tu nel serbatoio della moto, che lasciavi fuori. Facendo in quel modo ci sarebbe voluta una giornata intera per fare il pieno alle nostre tredici moto.
Mentre il nostro accompagnatore cinese discuteva con i benzinai all’improvviso ebbi una idea. In piedi di fianco alla moto di Gianni (in modo che lui sentisse meglio che tutti gli altri) a voce alta feci questo discorso a tutti mentre erano sulle moto in attesa. «Allora ragazzi, stamattina ho esagerato quando ho mandato affanculo Gianni. Noi due siamo vecchi amici e un va******lo tra amici ogni tanto ci può anche stare, però Gianni ha ragione, devo chiedergli scusa... Bisogna che ci organizziamo meglio per i prossimi giorni… Allora facciamo così… se per caso io ho dei problemi che non posso essere con voi… il vostro capogruppo sarà… Gianni!».
Gianni urlando mentre rideva: «No, no, così non va bene! Io il capogruppo non lo voglio fare!!».
Continuando il mio discorso: «Se per caso non c’è neanche Gianni, allora il capogruppo lo farà Gigi. Non ci fosse neanche Gigi, allora Paolo e Cinzia. Poi Roberto e Tati… e via così. Alla fine quando il gruppo rimarrà di uno solo riuscirete a fissare un programma tutti insieme, o no?»
Risate tra tutti. Pace fatta con Gianni. Per la benzina invece niente da fare: avremmo dovuto trovare un altro distributore.
All’entrata nel deserto ci fu chi preferì andare ad una velocità, chi ad un’altra. Non ci sarebbero stati controlli di polizia nei quali fosse necessario stare tutti insieme. Il gruppo rapidamente si divise in piccoli gruppetti. Circa a metà del deserto c'era un’area di sosta dove in un piccolo bar avevano anche qualcosa per mangiare. Tutto il mondo che attraversava quel deserto si fermava in quell’oasi artificiale. Soprattutto camionisti. Ne approfittai per gonfiare le ruote dall’immancabile gommista. Avevo avuto l’impressione che la moto non fosse più stabile come prima. Ma non era la pressione delle gomme il problema…
Faccio un breve parentesi. Il deserto del Taklamakan è l’unico deserto nel mondo (credo) nel quale si sia adottato un sistema naturale per mantenere la pista asfaltata libera dalla sabbia. Per una lunghezza complessiva di quasi cinquecento chilometri da entrambe le parti del nastro di asfalto sono stati piantati degli arbusti sempreverdi tipici del deserto, in file parallele. Queste piante fermano la sabbia quando c’è vento. Un impianto di irrigazione a goccia con tubi neri superficiali provvede alla loro irrigazione di emergenza. Delle piccole case costruite esattamente ogni cinque chilometri ospitano ciascuna una famiglia di cinesi, che fanno manutenzione al loro tratto assegnato di siepe. Tutti i giorni fanno avanti e indietro con la loro bicicletta per vedere che tutto sia a posto. Da quel che ho capito parlando con quelle persone, rimangono in quella casetta un anno intero. In totale ci sono duecento casette e duecento famiglie custodi di quest’opera di giardinaggio. Fine della parentesi.
Appena ripartito dal punto di ristoro mi accorsi del guaio che aveva la mia moto (oltre al rumore strano al motore). Provai a fermarmi per fare una foto e il pedale del freno posteriore andò in fondo, a vuoto. Questo mi era sempre successo in una sola occasione: quando si era rotto il cuscinetto della ruota posteriore! In quella situazione la ruota si muove sul suo asse, il disco del freno allarga le pastiglie dentro la pinza, quando si aziona il freno le pastiglie non sono più aderenti al disco ed il pedale fa una lunga corsa a vuoto. In un’altra situazione mi sarei fermato subito per cambiarlo (i cuscinetti di ricambio li ho sempre con me, da quando rimasi a piedi a Mosca nel 2002 andando alla Piazza Rossa). Ma in quel punto ero in mezzo al deserto. Anche se avevo ricambi ed attrezzi con me pensai che era meglio raggiungere la prima casetta dei giardinieri cinesi. Se avessi avuto bisogno di qualcosa di meglio dei miei attrezzi, forse là lo avrei trovato. Non fermarsi subito fu un grave errore.
Ero rimasto quasi l’ultimo del gruppo. Dietro di me c’era solo Fabrizio e, per fortuna, anche l’auto degli accompagnatori cinesi. Tutte le volte che potevo loro li facevo stare dietro al gruppo, non davanti. Provai a togliere il perno della ruota per sostituire il cuscinetto. Niente da fare, era bloccato. Viaggiando per quei chilometri necessari ad arrivare lì il cuscinetto rotto si era surriscaldato e si era fuso insieme al perno. Mi feci prestare la cosa più pesante che avessero (un grosso tubo di ferro) per picchiare sul perno con maggior forza. Ma niente da fare, il perno non si muoveva. Nonostante tutti gli attrezzi ed i ricambi ero a piedi! Bisognava trovare un camioncino per portare la moto nella città di destinazione sperando che da un meccanico, con attrezzi ancora migliori, si riuscisse a togliere il perno.
Il giardiniere cinese chiamò al telefono un suo amico che faceva il suo stesso lavoro e stava in una casetta più lontano. Lui aveva un vecchio camioncino. Dopo qualche decina di minuti quell’improvvisato soccorso stradale arrivò. Eravamo però troppo pochi per poter sollevare di peso una moto di duecentocinquanta chili sul cassone di quello scassato camioncino, più di un metro di altezza. I cinesi erano anche troppo bassi di statura per essere funzionali in quel lavoro. L’unico sistema per riuscire a caricare la moto era togliere una sponda del camion ed usarla come rampa. Avevo già usato quel sistema qualche anno prima in Ladakh, quando ero rimasto a piedi con una Royal Enfield noleggiata, sotto gli occhi increduli degli accompagnatori locali che a quel mio sistema non avevano pensato. Il camionista però non voleva sentir ragioni, di togliere una sponda dal camioncino neanche a parlarne. Discutemmo un po’ fino a quando, persa la pazienza, con prepotenza io gli smontai la sponda laterale incurante delle sue proteste. In quel modo riuscimmo facilmente a mettere la moto sul cassone. Dopo averla caricata rimontai la sponda, meglio di come era montata prima. Diedi istruzioni agli accompagnatori di andare avanti fino ad arrivare nella città e trovare un meccanico. Obbligandolo se fosse stato necessario a rimanere aperto fino a quando io non fossi arrivato, qualsiasi ora della notte fosse. Per il disturbo lo avrei pagato profumatamente.
Partimmo con il camioncino verso Luntai, la città al margine settentrionale del deserto dove avevamo prenotato l’hotel. Era ancora a duecento chilometri di distanza da noi. Il camionista era ancora arrabbiato con me per come lo avevo trattato prima. Avrei voluto scattargli una foto ricordo e lui non volle. Alla fine riuscii a strappare un ricordo di lui facendo finta di farmi un selfie da solo. Il prezzo del trasporto che avevamo concordato non era poco, duecento dollari. Ma se li sarebbe guadagnati tutti: per aiutarmi tra andata e ritorno avrebbe fatto in totale cinquecento chilometri. Cinquanta chilometri prima di arrivare alla città trovammo sulla strada un convoglio militare che trasportava esplosivi. Era vietato superarli, ma loro facevano 30 km/h.
Nel frattempo avevo avvertito l'agenzia che io avevo rotto e non ero sicuro di poter ripartire. Avevo nominato per scherzo (ma a quel punto la cosa diventava seria) Gianni e Gigi come miei sostituti. Avrebbero continuato loro come capigruppo se io fossi rimasto bloccato là. L'agenzia scrisse un SMS preannunciando quel possibile incarico a Gianni e Gigi, mandando Gianni nel panico. In realtà inutilmente preoccupato: abituato a far da capogruppo ai suoi amici dell'associazione equestre di cui era presidente Gianni sarebbe stato in grado di avere quel ruolo, aiutato da Gigi (che aveva anche lui un'esperienza quasi ventennale come aiuto-staff)......